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PRIMA PARTE: IL VIAGGIO
Seduto nel passeggino, il bimbo scalciava con insolita
energia, considerato che la sua malattia non gli permetteva di
muovere alcun muscolo. I suoi genitori non si erano mai accorti che
di tanto in tanto era in grado di muovere le gambe. Quel mattino di
giugno, la sua mammina adorata, Giulia, stava parlando a telefono
con un’amica e lo aveva lasciato da solo in cucina. Rientrati dal
mercato, il telefono aveva iniziato a squillare con insistenza e lei
aveva abbandonato le buste della spesa sul tavolo per andare a
rispondere.
Riccardino si annoiava molto, quando restava solo in cucina, la
finestra dava sul cortile e non c’era niente da guardare. Sua madre
chiacchierava nella stanza accanto e pareva non finisse mai, mentre
lui più si annoiava, più scalciava. A un certo punto il piedino
colpì il tavolo, e le buste della spesa, in equilibrio precario, si
aprirono, rovesciando il loro contenuto dappertutto. Che disastro! I
pomodorini precipitarono a terra, finendo da tutte le parti,
sembravano tante palline rosse e il bimbo li seguì attentamente con
lo sguardo.
Adorava tutto ciò che era sferico e aveva a che fare con biglie,
palline e palloni. S’incantava davanti alle partite di calcio in TV
e pur non comprendendo granché, restava sbalordito ad osservare le
corse compiute dai giocatori per rincorrere il pallone. Pensava che
forse un giorno avrebbe potuto fare la stessa cosa, perché Enzo, un
amico della mamma, era un buon allenatore di calcio e forse poteva
addestrarlo. Desiderava che quel giorno giungesse presto, perché si
era stufato di vivere fra il letto e il passeggino! Stava per
compiere quattro anni e aveva il diritto di correre, giocare a
pallone, andare in bicicletta, col vento fra i capelli, come i bimbi
che vedeva dalla grande finestra del soggiorno. Nutrirsi con quella
specie di tubicino infilato nella pancia era uno strazio. Quando
vedeva mamma preparare le pappe e riempire il siringone, gli passava
l’appetito. Non conosceva i sapori, né riusciva ad immaginarli
perché non ne aveva memoria. Chissà com’era mangiare una tavoletta
di cioccolato, addentare un panino, sgranocchiare una mela o bere
un’aranciata!
I pomodorini smisero finalmente di cadere e il suo sguardo fu
catturato dal più grosso e panciuto, che pareva dirigersi dritto
dritto contro il muro. Con uno sforzo di volontà Riccardino si
abbassò cercando di guardare sotto il tavolo e vide che il
pomodorino aveva terminato la sua corsa finendo nell’angolo.
Tuttavia c’era qualcosa di strano… con suo grande stupore,
stava…stava… entrando nel pavimento! Quello che doveva essere un
minuscolo forellino, si allargava per permettere al pomodorino di
entrare.
Una vocina sibilante e stizzosa lo apostrofò: -Che aspetti
ragazzino? Non sei stanco di star seduto lì? Dài, vieni, ti do’ un
passaggio, andremo in un posto meraviglioooso, devi solo
balzare in sella, su, andiamo a divertirci!-
-Ma… come faccio a venire? Non sono capace di liberarmi… - pensò
Riccardino. A causa della sua malattia, non riusciva a parlare, ma
quel pomodoro parlante sembrò leggere nei suoi pensieri:
-Se vuoi sei libero…rispondi SI’ tre volte e vedrai la cintura del
passeggino allentarsi…-
-SI’, SI’, SI’!- urlò mentalmente Riccardino stringendo forte i
pugni, senza emettere alcun suono.
La cintura effettivamente si allentò e il bimbo si sollevò come per
incanto a circa 30 centimetri dal passeggino, raggiungendo il
pomodoro. In pochi istanti Riccardino si era rimpicciolito, al punto
da saltare a cavalcioni su di esso.
-Sei pronto baby? Si parteeee!-
Entrarono nel pavimento viaggiando a folle velocità, incuranti delle
formichine che stavano lavorando nelle crepe del muro, intente ad
accumulare le provviste per l’inverno. Era straordinario vederle
procedere in fila indiana, con i loro enormi carichi sul dorso. Le
poverine si scansarono prudentemente per non essere investite da
quello strano bolide rosso. Il bimbo non aveva mai visto da così
vicino una formica, ne ebbe quasi paura e si rannicchiò stringendosi
forte alla pancia del pomodorino.
-Tu puoi sentirmi? Come fai se io non parlo… chi sei? Come ti
chiami? Dove stiamo andando? – disse col pensiero Riccardino.
- Il mio nome è Dorino. Chiunque potrà sentirti, manca poco -
-Io mi chiamo Riccardo Pio, puoi chiamarmi Riccardino o Ricky, come
preferisci.-
-Conosco il tuo nome, so tutto di te Ricky. Vengo da molto lontano,
non posso dirti altro per ora, ma ti assicuro che vivrai
un’avventura indimenticabile… non sono quel che sembro, te ne
accorgerai quando giungeremo a destinazione.-
Finalmente il viaggio terminò. La folle corsa si era conclusa in
aperta campagna, rotolando fuori dal tunnel. I due si ritrovarono
sporchi e impolverati nel bel mezzo di un campo di girasoli grandi
come alberi. Riccardino scese dal pomodorino, in pochi istanti aveva
ripreso magicamente le sue dimensioni naturali e si reggeva sulle
sue gambette, stando perfettamente in piedi. Muoveva le braccia, le
mani, articolava le dita, la testa era ben dritta sul collo. Dorino
si era trasformato in un ragazzo alto e magro, sui 13 anni, dotato
di due ali trasparenti che si illuminavano ad ogni movimento.
Ricky non credeva ai suoi occhi: -Ohhh! Ma come hai fatto? Eri un
pomodorino e ora…sei un ragazzino, ma con le ali! Adesso puoi dirmi
chi sei in realtà? -
-Sono un aspirante maghetto, il figlio di Mago Doro. E tu stai
parlando, muovi ogni muscolo del tuo corpo e ci vedi perfettamente.
Il passeggino ormai non ti serve più.-
-E’ vero, sento la mia voce, ci vedo bene e sono capace a stare in
piedi da solo. Hai fatto una magia, non è vero?-
-Mi sto esercitando, un giorno prenderò il posto di mio padre. -
-Le tue ali sono bellissime, a me piacerebbe molto averle, per
volare…
-Se vuoi posso prestartele, ne ho un paio di riserva da qualche
parte, così fai un giro.-
-Dorino, dimmi, come hai fatto a guarirmi? Non c’è riuscito nessuno
a Spezzano, neanche a Roma e dovrei andare in America per stare
bene. Ma ci vogliono un sacco di soldini e la mia mamma li sta
cercando. Adesso posso camminare, saltare… devo tornare subito da
lei per dirle che non deve più correre tutto il giorno a causa mia,
ormai sono guarito!- esclamò il bimbo toccandosi ancora incredulo le
gambe, mentre si guardava intorno con curiosità.
-Per ora non puoi tornare dalla mamma, come, sei appena arrivato e
vuoi già ripartire?-
– Ti prego, voglio andare a casa, solo per dieci minuti…se mi
vedessero i miei genitori e Ninì, gli prenderebbe un colpo! Per non
parlare delle zie! –
-Baby, devi avere pazienza e tutto si sistemerà, abbi fiducia.-
-Va bene, ci vado più tardi. Che posto strano, però… dove siamo?-
-Siamo nel
Paese dei Girasoli, dove è sempre festa e non siamo mai soli. Qui
non scende mai la notte, il sole splende tutto il giorno e non
esistono le malattie. Chiunque approda nel nostro Paese, guarisce
all’istante– affermò con arroganza il Maghetto.
- Ohhh! E in questo luogo magico vive qualcuno?-
-Sì un
centinaio di esseri, gli Helianthus, quasi tutti adulti, la
maggior parte centenari. Non escono mai dalle loro case, non
sopportano la luce del sole, in giro vedrai solo bambini, tutti
provenienti dalla Terra, come te, e guariti da gravissime malattie.
Te la senti di fare una passeggiata in bici?-
-Waw, non vedo l’ora! –
Le biciclette erano appoggiate dietro una grande quercia, Dorino
aiutò Riccardino a salire in sella e pedalarono insieme attraverso
un sentiero tortuoso in mezzo al bosco.
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